Lui & Lei
Spesa per bocca
30.08.2025 |
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Detto questo andò al tavolo della cucina, si piegò in avanti e mentre una mano appoggiata sul piano la sosteneva, l’altra alzava la gonna scoprendo il sedere nudo..."
Strani percorsi in cui ci si imbatte fino a rimanerne stupefatti.Ci siamo conosciuti al bar, lei tristemente appariscente con l’immancabile di birra da 66, io trascurato professore solitario consumatore di acqua tonica. Non ricordo come ci avvicinammo, forse la deriva ci portò semplicemente nella stessa direzione, ma finì che quando il bar chiudeva si continuava a chiacchierare andando verso le nostre case a un isolato di distanza. Per mesi, forse anni.
Lei viveva da sola con la figlia, liceale, in un appartamento popolare, sostenuta da un lavoretto part-time e da qualche sussidio grazie alla sorella disabile che risultava abitare con loro ma in realtà non c’era. Nel suo piccolo, piccolissimo, tirava avanti abbastanza serenamente: qualche lite con la figlia, nessun lusso, un paio di birre ogni sera al bar.
Non incontrarla al bar per qualche giorno mi allarmò e la decisione di andare alla sua porta non fu immediato: la nostra confidenza non aveva mai valicato l’angolo della strada: stavo varcando un confine rischiando molto.
Mi aprì la porta in vestaglia, con una gamba ingessata. Dopo avermi trattenuto un minuto sul pianerottolo in convenevoli, mi fece entrare. La casa le assomigliava: tristemente appariscente anche lei. La tivù accesa su un mobiletto, foto alle pareti, anche di panorami, qualche scaffale scompagnato pieno di oggetti, un divano coperto da un telo spiegazzato, un vaso di fiori secchi. Non aveva acqua tonica, ma birra fresca si.
Le nostre bibite costavano meno al discount che al bar così non ci rivide più.
Tutti i giorni mi fermavo al supermercato e compravo due birre e due schweppes, poi andavo da lei dove, seduti a tavola, passavamo un’oretta a bere quelle comprate ieri, già fredde. Spesso lei beveva affaccendata in cucina, o stirando mentre io chiacchieravo seguendola con lo sguardo. Eravamo due amici, senza nessun altro fine se non la compagnia quotidiana che ci regalavamo.
Qualche volta capitava che, già che mi fermavo, mi chiedesse di comprarle ciò che mancava in casa: scatolette di tonno, caffè, latte: le urgenze dell’ultimo minuto. In breve mi ritrovai per le mani la sua lista della spesa, presentazione dello scontrino e suo immediato rimborso. Poi capitò una spesa da cinquanta euro.
“Oh, non li ho: cosa vuoi che ti faccia un pompino forse?” ironica.
“Per 50 devi essere brava!” ironico le risposi.
Iniziò per scherzo ma ogni venerdì, dopo la spesa, mi stendevo sul divano e fremevo fino a venirle in bocca.
Mi chiedevo se fosse sbagliato, ma no, mi rispondevo. Lei credo ne fosse appagata almeno tanto quanto me. Scherzavamo dei nostri venerdì, puttaniere e troia, senza che molto fosse cambiato nella nostra amicizia.
Quando ruppe il telefono si rattristò molto perché quei duecento euro proprio non li aveva, ma non si può stare senza! Una situazione avvilente tanto quanto urgente.
“Tu non hai un telefono che non usi?” mi chiese.
“No, mi dispiace: mi aspetto che anche quello che uso abbia le ore contate da quanto è vecchio!” le risposi.
Rimanemmo in silenzio per un po’, pensierosi.
“Potresti prestarmi i soldi che servono…” suggerì.
“Non saresti mai nelle condizioni di restituirmeli” obbiettai.
“Quattro pompini…” azzardò.
“Guarda che più di uno alla settimana io non lo reggo!” Il dialogo era talmente surreale che cominciammo a ridere.
In effetti io avrei potuto prestarle quella cifra, ma non mi sembrava fosse opportuno: avrebbe rovinato tutto. Glielo dissi e lei concordò.
“Da venderti non ho niente, ma potrei barattare qualche servizio.” suggerì.
“Quale servizio? Mia madre mi fa tutto!” le risposi.
“Guarda che oltre ai pompini volendo c’è di più!” ammiccò.
“Per duecento euro mi devi almeno dare il culo!” volli provocarla.
“Io il culo te lo do per un telefono nuovo, non mi interessa quanto costa.” rispose inaspettatamente seria.
Comprare il telefono non fu nulla a confronto di quel che ci aspettava. Mai visti nudi se non io dall’ombelico alle ginocchia, mai neppure sfiorata, mi limitavo a godere dei suoi pompini con le mani incrociate sul petto: la nostra intimità finiva lì. Come fare?
Lei mi rimandò al pomeriggio del giorno dopo. La mia preoccupazione fu quella di tagliare le unghie dei piedi, accorciare almeno un po’ la foresta inguinale e farmi la barba. Ma la notte feci fatica a dormire.
Lasciata la scuola e fatto un rapido passaggio a casa, mi diressi verso casa sua. Ero teso e preoccupato tanto che pensai di dirle che il telefono era meglio che glielo regalassi. Me ne convinsi pur di non dovermi trovare in quella situazione imbarazzante: ma davvero volevo incularla? Quando fui sotto casa sua ero convinto: il telefono glielo avrei regalato!
Mi aprì la porta imbarazzata quanto me.
“Mia figlia non rientra fino all’ora di cena.” esordì con qualche accenno di timidezza.
“Senti, ho deciso che il telefono te lo regalo, questa cosa del culo mi sembra un po’ un’esagerazione. Posso permettermelo, dai!” replicai io.
“Non ci pensare neanche” sbottò, “Abbiamo fatto un accordo e a quello ci atterremo: non ho bisogno che tu mi faccia l’elemosina!”
Ci rimasi malissimo.
“Ieri sera mi sono anche depilata con delle strisce che mi sono costate un occhio: per cosa? Adesso tiri fuori l’uccello e me lo infili su per il culo, come abbiamo detto.”
Detto questo andò al tavolo della cucina, si piegò in avanti e mentre una mano appoggiata sul piano la sosteneva, l’altra alzava la gonna scoprendo il sedere nudo.
“Io sono pronta! Tu?” chiese rimanendo in posa.
Ero impietrito, lontanissimo dall’essere pronto a qualsivoglia atto sessuale, ancora col giubbotto addosso e le mani sporche.
“Senti, io così non ce la faccio!” le dissi, “dammi un po’ di tempo, beviamo qualcosa…”
Rialzandosi in piedi la gonna ricadde a coprirla, per fortuna, e dal frigo uscirono le birre. Bastò quello perché tornasse la normalità di sempre e il ghiaccio si sciogliesse.
Finite le birre demmo fondo a una bottiglia di nocino di dubbia provenienza e a una piccola bottiglia di Ouzo coperta di ghiaccio e sommersa dalle buste di surgelati. Non riuscimmo a ubriacarci, ma ne guadagnò la disinvoltura.
Seduto al tavolo la attesi uscire dal bagno dal quale apparse senza indossare la gonna: solo scarpe, maglietta corta e capelli sciolti.
“Ti basta per fartelo diventare duro o ci devo mettere la bocca?” mi chiese guardandomi.
In effetti vederla così mi aveva eccitato istantaneamente e bastò che io mi alzassi in piedi perché anche lei se ne accorgesse a colpo d’occhio.
“Duro da culo!” esordii allargando le braccia. “Siamo pronti!”
Annuì, mi fece un cenno per dirmi di aspettare un attimo e rientrò in bagno senza chiudere la porta. La vidi mettere le dita dentro ad un barattolo e poi passarsele ripetutamente tra le chiappe: il lubrificante!
Non feci in tempo a slacciare i pantaloni e sfilare la maglia che la ritrovai nella posa di inizio serata, piegata in avanti, appoggiata al tavolo col culo nudo in bella mostra e la vagina rasata e paffuta che faceva capolino.
Le andai alle spalle mentre lei, con il collo torto, controllava le mie mosse e con una mano si massaggiava il buco unto. Io, tenendomi il membro con la destra, lo avvicinai tanto da farglielo sfiorare con le dita. Lei lo afferrò e lo maneggiò quel tanto da farlo diventare lucido di crema, poi se lo impuntò precisamente.
“Fai con calma per favore!” mi disse mentre si appoggiava al tavolo con i entrambi gomiti. Adesso guardava in avanti, piegata a novanta ma con la testa alta come se facesse parte di una squadra di bob.
Sentivo il cazzo pulsare e la sensazione di essere una sua periferica fu netta: comandava lui! Le presi le spalle con entrambe le mani e cominciai a spingere aspettandomi una forte resistenza e le sue lamentele, ma non fu così. Lentamente le scivolai dentro senza un suono da parte di alcuno.
“Non è così male! Adesso muoviti a venirmi dentro così saldiamo il debito.”
Prima delicatamente, poi con sempre maggior foga la montai per qualche minuto, inseguendo il tavolo troppo leggero per la mia crescente foga, al crescere del nostro ansimare unisono.
Quando le esplosi dentro con gli ultimi affondi di gloria e la sentii finalmente gemere ne ebbi davvero una grande soddisfazione. Ricaddi pesantemente sul divano col cazzo in mano e la guardai allontanarsi a passi malfermi, con la mano a conchetta tra le gambe larghe per non sgocciolare. Seduta sul bidet intenta a lavarsi la sentii dirmi che adesso eravamo pari: era innegabilmente vero.
Fino al prossimo elettrodomestico rotto, pensai.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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